20/08/17

3-2-1-turbe in sviluppo.

Sono le tre di pomeriggio e ancora non mi sono alzato dal letto. La notte è stata passata tra incubi gentili e mal di stomaco. Probabilmente la droga che c'è qui non è buona abbastanza. Ho ancora mal di stomaco. Sono sdraiato sul letto e mi manca l'aria, troppa afa. Fatico a respirare, ma non mi crea troppi problemi. Guardo il muro e il lampadario analizzandone ogni dettaglio. Sono su una barca in mezzo al mare e il mare e le onde mi cullano. E' un relax mortuario. Come essere vivo mentre spingono la mia barca nel mare per il mio funerale vichingo. Niente schiave vicino a me. Non sono così egoista. E sopratutto non voglio nessuno vicino a me quando sto per morire e sto per rilassarmi per sempre. Guardo il cielo farsi scuro piano piano. Arrivano le stelle e io sono in balia delle acque. E' tutto così calmo. Mi rimane solo da pensare alla mia vita. Sono ormai due anni che sostengo di poter morire già felice, per quello che ho fatto e vissuto. Da quest'estate morirò ancora più felice perché sono cresciuto e diventato grande. Chiudo gli occhi e mi addormento.

Mi sono organizzato con diverse persone per la giornata di oggi, ma ho deciso che non contatterò nessuno. Non mi va. Voglio solo la mia Dea e lei verrà sicuramente. E' così bella e la amo così tanto che quasi ho paura a sfiorarla. E' come un tempio sacro, una statua sacra. Non ti puoi avvicinare senza avere le dovute accortezze. E vorrei farla stare il più bene possibile e non so come fare, ancora. Lei si sistema i capelli con attenzione e meticolosità. Fantastica. Le faccio un paio di foto. Io sto ancora male. Per stare meno male, la soluzione che trovo è dire a lei di venire a letto, di togliersi le scarpe e di farsi fare un po' di coccole. Nessuno le fa le coccole. Questo è terribile. Dovrei ammazzarvi tutti. La accarezzo per due ore mentre ascoltiamo musica. Non sto meglio fisicamente, ma non me ne accorgo. Le sue guance sono tutto quello che conta.




22/07/17

Modelli organizzativi - prequel.

E' arrivata la descrizione perfetta:

"Abbastanza narcisista da vergognarti troppo per gettare la spugna.

Ma non così tanto da preferire di vivere in una stanza con cento persone che ti danno ragione, se puoi scegliere una stanza con cinque persone che non hanno idee simili alle tue, ma con cui c'è un dialogo costruttivo e di confronto."

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La spugna non la getto mai. Ammetterò che sto andando a rilento in alcune cose che dovevo tenere più sotto controllo, ma ho avuto altre cose da fare nel frattempo. I need time. E il tempo più o meno ce l'ho. Ho almeno altri due anni. Ma fra due anni devo essere fottutamente pronto. Il che fa ridere un botto, sai? Ho un block notes qui e il 26/06/2016 ho scritto proprio lì una delle illuminazioni più grandi mai avute. E ora è passato un anno e non mi sembra sia cambiato molto. Eppure è un'opinione mia che non significa molto. Perché io mi vedo tutti i giorni e quindi i cambiamenti non li noto. Bisogna vedere chi non mi vede da parecchio tempo se noterà cambiamenti. Ai posteri.
Le giornate non vanno bene, non vanno bene per un cazzo e sono lì, quasi tramortito, nella mia caverna a leccarmi le ferite, prima di poter uscire di nuovo. Ho un'ultima settimana di relax e poi cominciano le vacanze. Tu dici "ah cazzo cominciano le vacanze! Allora ci sarà più relax" e invece non è così. Vacanze vuol dire: modelli organizzativi. E quindi quest'ultima settimana serve per organizzare bene tutto il prossimo mese e tutti i piccoli preparativi prendono tempo, serve organizzazione. Quell'organizzazione che ti chiedono sul lavoro quando ti dicono "praticamente il nostro cliente viene qui in città solo due giorni e tu in quei due giorni devi organizzargli meeting per ogni momento della giornata". Pivelli del cazzo. Che cazzo ci vuole? In DUE, solo DUE, fottute ore, ti organizzo THE PROJECT. Una cosa che tu, coglione del cazzo, non riesci a organizzare neanche in una settimana.

La parte più bella di fare un colloquio è la canna dopo il colloquio. Relax. E ti senti appagato come se avessi fatto chissà cosa. E in effetti ti sei dovuto prendere lo sbattimento di vestirti bene, preparare qualche cosa da dire, fingere che sia PROPRIO quel posto ad interessarti, quando non te ne può fregare un cazzo.

Veramente questo cazzo di luglio è volato via. Mi piacerebbe sapere cosa ci ho fatto. Ho comprato l'amaca, ci ho fumato sopra ed è una cosa fantastica come mi aspettavo. Rilassante. Il pomeriggio guardo il panorama e gli uccelli che volano e le scie degli aerei che si intersecano. La sera guardo le stelle. Dove sono io non c'è inquinamento luminoso quasi per nulla, quindi riesco a vedere tutte le, poche, costellazioni che conosco. Una meraviglia. Ho ascoltato ettolitri di musica. Dalla mattina alla sera. Ho visto svariati film e quello che mi ha fatto commuovere è stato Matrix Revolutions, che ricordavo molto poco (questa è la parte dove dovrei scrivere perché mi ha fatto commuovere) (ma non lo farò). E' stato un mese altalenante perché sembrava finalmente quello della svolta e invece non è successo un cazzo. Poi ho preso il telefono e il pc e ho organizzato cose veramente deliranti e sono successe cose carine come aver conosciuto gente nuova, fatto qualche festa carina. Una tipa ha detto che sono uguale a Nadal. Chissà. Devo tagliarmi i capelli, ma lo faccio quando torno in italia. A breve.


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E infatti ora ho dei capelli di merda. Ho ballato parecchio in un posto dove non c'era spazio per respirare. La serata era partita con un pre-party a casa di un amico greco. Mi sono scolato mezza bottiglia di vino e poi siamo andati in centro, camminando un po', per incontrare Emma, ragazza inglese che festeggiava il compleanno, insieme ad altre amiche. Finiamo in un pub irlandese, di nuovo, e beviamo ancora prima di andare nel disco-pub successivo. Un inferno. Ho bevuto tequila, cosa che non dovevo fare. Torno a casa a piedi. Alle 4 sono sull'amaca a fumare e a guardare le stelle. E' bellissimo. C'è un silenzio fantastico. Metto un po' di musica, Nitro, e mi rilasso. In attesa, guardo al futuro. All'odore di Giulia, agli occhi di Anna, alla bellezza di Alex (sì, è una ragazza), alla perfezione di Iman. Ci sarebbe anche Francesca. Ma non voglio esagerare. THE PROJECT è già troppo ampio e già inserito sui binari in un modo per cui non posso lamentarmi.









27/06/17

Ti assicuro che è stato un mese complicato.

Questo post fa schifo.

E' un'accozzaglia di cose a caso che non mi andava di sviluppare troppo, ma che comunque avevo già scritto.

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Julia si chiama Julia perché sembra un po' Julia Roberts, quando era giovane e figa con i capelli bruni e relativamente corti. L'ho conosciuta ad una festa a casa di una collega. Aveva un vestito nero e una voce stupenda. L'ho invitata al party successivo a casa mia. E' venuta, ma è scappata via all'una perché doveva viaggiare il giorno dopo. Long story short, prima di riuscire a rivederci passa un mese. La invito ad uscire e andiamo in un locale fighetto con un terrazzino per bere un po' di vino. Ci diciamo un po' di cazzate, cambiamo locale e prendiamo un'altra bottiglia di vino. Mi fa dei complimenti che non ricordo e mi dice che non ha la più pallida idea di cosa voglia fare nella vita. Proprio nessuna idea. Di solito le persone hanno almeno qualche cazzata da dire tipo "voglio fare lo scrittore, voglio lavorare in quell'azienda", ma lei nulla. Sperduta nel mondo, e senza voglia di fare nulla, era arrivata in questa città per un tirocinio che però era finito. Aveva cercato qualche lavoro, ma senza entusiasmo e quindi non ha trovato nulla, ma ammette di non volere neanche fare quel lavoro di ufficio che aveva fatto fino ad ora. E' laureata in qualcosa come cinema, cinematografia, gente che scrive sceneggiature. E allora le dico "scrivi!" e Julia risponde che non crede di scrivere bene. La porto a casa e beviamo altro vino, bianco stavolta. Entriamo in camera mia. Lei fuma una sigaretta, io una canna, il posacenere è sul letto e noi siamo sdraiati a guardare il soffitto mentre fumiamo. Questo è il momento preciso in cui dovrei baciarla. Facilissimo. Percentuale di successo: 95%. Ascoltiamo la musica. Lei riempie i silenzi parlando di qualcosa che non ascolto. E' bella e mi piace. Ma parte domani e non tornerà. Non c'è tempo per nulla e vorrei vivermela bene una cosa con una che mi piace. Quindi in quel momento preciso in cui avrei dovuto, non la bacio e lascio scorrere la serata via.

Mi ha scritto qualche giorno fa per chiedermi i giorni precisi in cui ci siamo visti. Vuole scrivere un libro su tutte le esperienze con i suoi ragazzi. "Ma aveva appena detto che non voleva scrivere!", dirai tu. Ragazzi, ragazzi. Ancora cercate logica e coerenza nelle donne? Nuovo bestseller, guys, e ci sarò anche io. Peccato che risulterò come un frocio dal suo punto di vista. E' il prezzo da pagare per l'essere romantici. Me lo prendo tutto.

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La verità. Un po' di verità che non fa mai male. Non so se l'amore si può "sviluppare", nascere, verso tutti. Nel senso: non so se chiunque può innamorarsi e amare chiunque. Per quanto riguarda me, la mia esperienza mi dice che riesco a capire da relativamente subito, durante una frequentazione, se potrò amare quella ragazza. Me ne accorgo. C'è quella con cui capisco che qualcosa potrebbe nascere, se ci fossero le circostanze adatte e il tempo per viverle, e quella con cui so che non accadrà mai nulla da parte mia a livello sentimentale. Non sento quella chimica e non c'è quell'attrazione completa per l'altra persona. E so che se non la sento subito, non può arrivare dopo. Potrò voler bene, anche tanto, alla ragazza, ma non potrò mai amarla. Ognuno è diverso, dopotutto.

Trai tu le tue conclusioni, se riesci a fare uno più uno.

(Non ci riesci)

(Che è lo stesso motivo per cui non hai mai avuto speranza)

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Ora potrei parlarvi di come mi sono scopato una figa diciottenne di origini africane o di come è andato l'ultimo party devastante dove ci siamo ritrovati in cinque sconosciuti alle 4.30 di mattina a casa di un altro sconosciuto a farci offrire da mangiare, ma non è interessante come potrebbe esserlo per me.

Quindi vi porto dentro la mia testa. Cosa accade quando vi leggo, quando vi vedo, quando vi ascolto? Nel 90% dei casi c'è una sola frase nella mia mente. Ed è:

Non capite un cazzo.

Non capite un cazzo.

Non capite un cazzo.

Non capite un cazzo.

Un mantra semplice ed efficace che poi utilizza anche corollari leggermente più elaborati come:

Che gli spiego a fare questa cosa? Tanto non capisce un cazzo.

E' troppo complicato da spiegare e poi tanto non cambierebbe idea perché non capisce un cazzo.

Porca puttana, niente, non gli arriva proprio. Non capisce un cazzo.

Allora tu mi dirai: "vai a frequentare la tua gente, se noi altri non capiamo un cazzo".

E io ti rispondo che non devi augurarti questo, perché questo sarebbe la tua fine. Fine. Fine. Fine.

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Saranno mesi che non scrivo un post da ubriaco. E' che bevo pochissimo recentemente. Probabilmente è più di un anno che non scrivo un post da ubriaco. Ma se non lo scrivo ora, non si scriverà da solo. Mi sembra una buona occasione.
Di che parlo? Di che parlo? Di che parlo?

LOVE LOVE LOVE LOVE LOVE. (Queen + David Bowie - Under Pressure)

No, no. Love is gone, love is lost, diceva Bowie nel penultimo album.

E' quasi l'alba. Stanotte ho visto una stella cadente ed è stato bellissimo perché è giugno e non me l'aspettavo.

I PROMISE. (Radiohead - I promise)

Even when the ship is wreck, I promise
Tie me to the rotten deck, I promise

Le promesse che faccio io, le faccio solo perché so di poterle mantenere. In verità non prometto neanche. Perché dire "prometto" significherebbe dire che tutte le altre volte che parlo le mie parole abbiano un significato minore. Invece le mie parole hanno un valore, sempre.

Dice lui (LUI! Lui a cui dobbiamo tutto!) che se i tuoi sogni non ti spaventano, allora non sono abbastanza grandi. I miei sogni mi spaventano. Ho una paura fottuta. Al tempo stesso non vedo l'ora di realizzarli.

WE DO NEVER GIVE UP.

Stay with us, babe. C'è tanto da scoprire, tanto da vivere.

Domani è un altro giorno. E sarà bellissimo, come tutti gli altri.

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La canzone del mese è:





Ho addosso un peso che nessuno regge /

Ho scritto una lettera alla vita che nessuno legge.




27/05/17

Bianco.

Ho incontrato una ragazza che aveva completamente ragione. Incredibile. Sarà stato un caso fortuito? Eppure aveva ragione. Mi ha spiegato perché era meglio non vedersi più per un po' di tempo. Dicendomi che continuando a vederci saremmo finiti nel baratro. Ora ho capito perfettamente. Dovrei ringraziarla adesso che ho avuto questa realizzazione, ma l'ho già fatto a modo mio. Non ci sentiamo più, ma so che è viva. Non so dov'è e non so se sono sue le chiamate anonime che mi arrivano circa ogni sette o dieci giorni sul mio numero italiano. Fa comunque piacere sapere che c'è qualcuno che ti pensa sempre. Anche io penso sempre a qualcuna e quelle manco se lo immaginano, se non glielo ricordo. Non se lo immaginano. Ma possono sentirlo?


Look at the time.



Sentire in italiano non equivale perfettamente al significato della parola "feel" in inglese. Feel, è quello che intendo.

A volte I feel things.

Le sento nella mia mente, le percepisco come reali e so che sono esperienze reali. Non sono sempre mie. Le sento in due modi diversi. Il primo è al livello della pancia, quando riguarda il mio futuro, e quando ho questa sensazione sono certo, al 100%, che quello che ho sentito accadrà. E accade. Non posso controllare questo tipo di sensazione in modo da avere quello che voglio, come vincere alla lotteria, ma quando arriva so che quello che me l'ha "causato", cioè l'idea che quella sensazione mi dà, è in procinto di accadere.

Ti faccio un esempio: una volta incontro una ragazza, una sera, con alcuni amici. Mai vista prima. Ci presentiamo e parliamo un po', mi piace, ma per quella sera finisce lì. Il giorno dopo devo andare a fare un servizio in un determinato posto dall'altra parte della città. Prima di scendere da casa, mi arriva quella sensazione alla pancia. La sensazione che incontrerò quella ragazza. E' certo. Allora cammino per mezza città e mi chiedo quando i nostri sentieri si incroceranno. Immagino di vederla per strada a fare shopping con la madre, o qualcosa del genere. Non avevo una motivazione precisa per immaginare anche la madre nel nostro incontro. Questo la pancia non me l'aveva detto. Eppure, cammino, cammino e arrivo alla mia destinazione. Mi siedo e attendo il mio turno. E penso "strano non sia già accaduto". Dopo cinque minuti esce dalla stessa stanza in cui poi entrerò io. Anche la madre è lì. La saluto. Avrà pensato sarà stata una coincidenza. Non era assolutamente una coincidenza. Ero sicuro al 100% che l'avrei incontrata. Ed è successo.

Il secondo modo in cui sento è più mentale e riguarda il passato o il presente. Vedo una scena davanti ai miei occhi, come se la stessi vivendo io, ma so che non sono io il protagonista perché non sono nel mio corpo, ma in un altro, e i particolari della situazione me lo fanno capire. Questo accade quando c'è una connessione di sangue o emotiva con quest'altra persona.

Exempli gratia: sono nella mia camera, non ricordo cosa stessi facendo, quando all'improvviso ho un'immagine chiarissima di essere una ragazza che conosco bene, nella sua camera, in cui non sono mai stato. Fa una determinata cosa ed io, nel mio corpo e nella mia mente, sento le sue sensazioni mentre la fa. Ci vediamo solo alcuni mesi dopo. Le chiedo di farmi vedere le foto della sua stanza, ma prima scrivo su un foglio tutti i dettagli che ricordo e le scrivo esattamente cosa ho visto lei stesse facendo. Lei non ci crede. Non lo sapeva nessuno che aveva fatto quella cosa e di sicuro non potevo saperlo io che non la sentivo affatto da mesi e mesi. Così come non potevo conoscere i dettagli della sua stanza. Tutti confermati. L'ho sentito. Io ero lì. Io sono stato te per un breve momento.

Non accadono spesso queste cose, ma a volte succedono. Sarà accaduto una manciata di volte nella mia vita. Puoi non crederci. E per me è meglio se non ci credi, perché altrimenti un giorno qualcuno verrà a darmi fuoco perché sono il demonio. E siamo ancora all'inizio.

Siamo ancora all'inizio, sto lavorando per voi. Non avete idea di quanto. Ci sarà da soffrire, ci sarà da bere sangue e da mangiare cenere, ma fidatevi. Trust us, dice la maglietta che ho addosso in questo momento. Gli dei avranno paura di me. Trust me.

We'll come to the rescue, babe.




25/05/17

Nero.

Non ho nomi per i miei nuovi nemici, perciò glieli assegno ad libitum. Ho deciso che ti chiami D. Ora, D, non so che faccia hai. Anche se posso supporre che, con buona probabilità, mi assomigli in qualche cosa. Sarà un tratto della mascella, un qualcosa nello sguardo, le mani. Non mi interessa. Eppure sono un po' di giorni che vado a letto e mi trovo a pensare al modo in cui ti potrei fare male. Non c'è nulla effettivamente da pensare. Queste cose seguono l'istinto. Il mio istinto dice che ti devo sbranare la faccia. Perché? Perché sbranare la faccia, mi sa di qualcosa di animalesco, spietato e crudele. Perché non puoi nascondere la tua faccia sbranata, ma una cicatrice altrove la puoi nascondere senza problemi. Perché non ti aspetti che qualcuno venga a sbranarti la faccia. Al massimo ti puoi aspettare che qualcuno venga e ti prenda a pugni o a calci o, nel migliore dei casi, ti dia una coltellata. Invece voglio camminare verso di te, fermarti un attimo, prenderti per i capelli in modo da piegarti la testa verso destra e sbranarti la faccia. Il corpo umano è resistente e crudo, quindi un pensiero che dovrò tenere a mente sarà "mordi dieci volte più forte di quanto pensi servirebbe". Per prima cosa ti strapperò una guancia e poi la sputerò per terra. Voglio sentire il tuo sangue sulle labbra, sul mento e sulla barba. Il problema è che a questo punto sarai ancora in piedi, perciò per un attimo dovrò tornare al vecchio caro calcio nei coglioni. E quando sarai a terra continuerò a darti calci su tutto il corpo finché la smetti di muoverti eccessivamente. Dovrei evitare la faccia, ma sono un tipo che si fa prendere la mano in certi casi. Quando sarai fermo, ti staccherò a morsi orecchie e labbra. Il naso no. Non mi ispira. Ci camminerò sopra. Un'altra cosa bella da mangiare sarebbe un tuo occhio. E poi? Comunque mi hai visto, quindi devo ammazzarti. Gli ultimi morsi saranno al collo. Poi mi siedo e attendo il dissanguamento. Conoscendomi, metterò un po' di musica. Per creare contrasto sarà qualcosa come:





Hai notato che sembra non esserci un perché, D?

Il problema è che hai giocato con il cibo. L'ho fatto anche io. Per questo so quanto sia sbagliato. Pare che tutti i tratti che odiamo nelle altre persone siano in verità tratti di noi che non vogliamo vedere in noi stessi e che quando scorgiamo negli altri ci ricordano quelle parti di noi stessi che odiamo. Quasi nessuno se la prende con se stesso, mentre invece è facile proiettare questo odio sugli altri. E così farò io. Ipocrita, lo so. Ciò non toglie che se ti comporti da coglione, prima o poi qualcosa di brutto accade. Potevi non saperlo, ma era il mio cibo, D.


Purtroppo non accadrà nulla di ciò. Sono sotto copertura, non posso prendere questi rischi. Quindi, accadrà qualcosa di simile, ma solo metaforicamente. E ti assicuro che farà molto più male di morire. Stai sempre all'erta. Non mi vedrai arrivare. L'inferno ti sembrerà un posto simpatico in cui vivere quando sarò passato da te.







A volte mi nutro del dolore altrui. So che non si fa. Sono rimasugli delle mie psicopatie. C'è un sottile piacere nel farlo che mi attira. Leggere dolore, vedere dolore. In video, nella realtà. Non si fa. E' meglio che non si sappia. E la cosa paradossale è che a volte scendo così a fondo nel dolore degli altri e ne cerco sempre di più, sempre di più, finché non finisco per trovare qualcosa che fa male anche a me. Lì capisco che mi sarei dovuto fermare prima. Succede ogni volta. Eppure continuo e continuo in una morbosa analisi fredda di quello che vi fa stare male. E' probabilmente il prezzo da pagare per questo il banchetto di lusso che sono le vostre lacrime e le vostre emozioni negative. Non ragiono sulle motivazioni che mi spingono a farlo. Una sarà comprendere cosa accade e prepararmi per quando sarà il mio turno. L'altra è solo godere e brindare sulle disgrazie altrui. Brindare con il sorriso.

28/04/17

Tornerò da principe.

Mezzanotte.

Ho finito di fumare. Ho fame. Mi alzo e cerco nel mio ripiano una tavoletta di cioccolato fondente, con le nocciole. Non ricordo quanto ho fumato, ma deve essere stato parecchio perché aprire la confezione della tavoletta è un lavoro immane. Non ci riesco, ci metto tre minuti, forse cinque, ma mi ci danno sopra come se fosse chissà quale azione complessa. Alla fine riesco ad aprirla. Arriva il panico. Mi sento come se dovessi morire da un momento all'altro, non ho assolutamente più voglia di cioccolato, ho un qualcosa allo stomaco come se dovessi vomitare e cerco di ricordarmi con cosa ho cenato per capire quanto darebbe fastidio vomitarlo. La sensazione allo stomaco sembra passare, anzi no, non passa. Viene sovrastata dalla sensazione al petto. Morte certa. Torno a sedermi sul divano. Fisso il vuoto davanti a me mentre mi rendo conto che si tratta di un attacco di panico. Carino, non mi succedeva da tantissimo tempo. Così tanto che non ricordo l'ultima volta. Non voglio che nessuno entri nella stanza perché non sarei in grado di rispondere. Aprire la bocca o muovere il corpo mi farebbe morire certamente. Sono immobilizzato. Penso, per la prima volta, credo, "dovrei smettere di fumare". Eppure l'ho capito relativamente subito che non c'è da preoccuparsi. "E' la droga, è il tuo cervello che ha un leggero malfunzionamento, ma ora passa, è tutto nel tuo cervello, non sta davvero succedendo nulla di preoccupante. Rilassati", mi dico. Ma non riesco a rilassarmi. Resto a fissare il vuoto per un tempo imprecisato, dai sessanta secondi ai venti minuti. Intanto mi ripeto che è tutto ok, e di fidarmi della voce che sento dentro la mia testa, va tutto bene, va tutto bene. A questo punto devo trovare una soluzione. L'unica è comodamente adagiarsi sul fianco destro e mettere la testa sopra il cuscino. Appena lo faccio già capisco che starò meglio in un po' di tempo. Mi addormento in cinque minuti. Mi risveglio due ore dopo. Va tutto bene. Scendo e mi metto a letto.





Nove di sera.

Mi avvicino al cancelletto mentre canto "My girl, my girl, don't lie to me, tell me where did you sleep last night". Sono felice. Sarà l'md. Ci mangio sopra. Ci bevo sopra. Ci fumo sopra. Aurora non si accorge che c'è qualcosa di diverso. Voglio salire a casa sua. E rompere tutto. Perché mi sta prendendo in modo cattivo? E' stata una bella serata, almeno credo. Già non ricordo. What? Questo è stato il fumo, penso. Il down. Ah, cazzo, il down. Sono inquieto. Voglio sfogarmi. La prendo per un braccio a la trascino prima in macchina e poi a casa sua. Lei sembra contenta del simil-entusiasmo con cui interpreta le mie azioni.  Metto della musica. La spoglio, la butto sul letto. Nessun preliminare. Mi infilo dentro di lei facendomi probabilmente più male io di lei, ma è lei ad urlare. Non me ne frega un cazzo. Le tengo i polsi serrati sopra la testa e affondo la mia nel cuscino per non guardarla negli occhi. Penso ad un'altra che vorrei violentare. Sono totalmente concentrato su me stesso. Aurora è il più silenziosa possibile. Non emette un suono. Vengo e mi rilasso un po'. Mi sdraio e guardo il muro bianco. Ho voglia di ammazzare, ma non voglia di muovermi. Perciò penso a darmi il pugno più forte possibile sulla coscia destra. Lo visualizzo nella mia mente per una manciata di secondi e poi lo metto in pratica. Bam. Un buon colpo. Volevo sentire dolore. Aurora piange, ma sempre senza fare il benché minimo rumore. Fingo di non vederla. Ascolto per altri dieci minuti la musica e poi mi alzo e vado via salutandola con un "ciao". Lei non risponde. Entro nell'ascensore del suo palazzo e penso che sarebbe meglio smetterla con l'md.











In una delle mie solite follie spastiche che devo rispettare solo per il sano gusto di mettersi un obiettivo e raggiungerlo, ho deciso che tornerò da te solo quando avrò qualcosa in mano. Non posso venire da te a mani vuote, my love. Ma io non tornerò da re. Il re di francia ha potere solo in francia. Il re d'italia ha potere solo in italia. Fuori viene trattato in modo differente a seconda della diplomazia e dei rapporti con gli altri stati. Io tornerò da principe.

Nonetheless, sarai trattata come regina.




30/03/17

Qualcuno le palle dovrà pure averle, e non possono averle certo gli human.

Questo è il foglio di carta su cui non ho tempo per scrivere e non ho la possibilità di lasciarlo in un tiretto per leggerlo quando mi va. Quindi lo scrivo qui. Tanto è il mio taccuino.

Fra due settimane io non ci sarò più e tu, non ti ho mai visto in faccia, ti godrai la primavera e l'estate per me. Come tante altre estati che vi ho regalato, figli di puttana. E a me non è stata regalata mai non solo un'estate, neanche una settimana. Da nessuno stronzo. Nessuno stronzo lavora per me. E lavorare come lavoro io è difficile. E' usurante. Sto spezzato. Ti guardo negli occhi e sai che ci sono. Non ti importa, non te ne accorgi. Non importa. Lo sai che il tempo è l'unica cosa che ho e te ne do di più di quanto ne abbia. Mi fa piacere farlo, non sto dicendo il contrario. Ma è usurante cazzo. Se avessi una pistola in casa me la punterei più e più volte alla testa e con l'indice sinistro accarezzerei il grilletto, solo per vedere quanta pressione devo metterci per non esserci più. Troverei divertente farlo con un solo proiettile, così da avere quel brivido di far scattare il meccanismo e sentire il CLICK che non mi darà la morte. Perché quando noi siamo stressati, davvero, non stiamo a cazzeggiare come fate voi. Noi prendiamo una pistola e ce la puntiamo alla testa mentre nel nostro cervello si alternano voci

Fallo!

Resta!

Non hai le palle. Fallo!

Non è per questo che serve avere le palle. Le palle servono per vivere con coerenza.

Ti piace vivere con coerenza?

Ora devi stare fermo dietro le tue parole e andare fino in fondo.

Piangerai.

Farà male.

Sto quasi piangendo ora.

Lo senti?

Ma qualcuno le palle dovrà pure averle.


E questi umani di merda non ce le hanno. Quindi tocca a me. Si va fino in fondo e tu non sarai con me. Mi tocca fare tutto da solo e non è un problema perché è sempre stato così. Tocca a me essere lì e non battere ciglio mentre con un cacciavite fai cerchi a cazzo nel mio costato. Tu non puoi reggere una cosa simile, ragazzo. Non credo neanche tu possa reggere il processo grazie al quale io sono arrivato a reggere cose simili. Dormo male e mi sveglio peggio. A volte perdo la speranza. A volte ho paura anche io di soffrire. Ma so che io devo, per principio. Tu non lo meriti. Qualcuno dovrà pur avere le palle, qualcuno dovrà pure avere la forza e farsi carico di tutto questo.

Fosse l'ultima cosa che faccio.

Mi sarebbe piaciuto avere una cazzo di estate come le ho regalate a voi.



14/03/17

The bender.

Giovedì.

Finisco di lavorare e torno a casa. Non c'è tempo per studiare, perciò mi rilasso un attimo e ceno ad orari bruschi come le sette di sera. Il tutto perché alle nove devo andare ad un concerto con Greg e Maggie che si trova dall'altra parte della città. Mi ingollo una bistecca con degli spinaci surgelati cucinati malissimo, ma va bene così. Infilo due succhi di frutta alla mela nello zaino, una bottiglietta d'acqua e preparo due canne per la serata. Mi avvio lentamente verso la metro, in puntuale ritardo, e arrivo a destinazione trovando Maggie sulla banchina ad aspettarmi. Usciamo dalla metro e rintracciamo Greg che era ovviamente uscito dall'altra parte. Greg e Maggie sono due colleghi di lavoro, lei è polacca, lui è francese. Bei tipi. Sanno sembrare professionali quando c'è il bisogno, e almeno Maggie lo è davvero.
Ci avviamo verso il posto del concerto che dovrebbe essere una specie di centro culturale, quindi centro sociale. Tira un cazzo di vento e non riesco ad accendermi la canna in mezzo alla strada, pioviggina anche un po'. Rinuncio e penso che me la fumerò dentro. Arrivati lì, notiamo subito che i cessi sono fuori dall'edificio. Entriamo in uno stanzone enorme e quasi vuoto se non per tre serie di divani organizzati in modo da offrire un punto di dialogo ai fattoni vari ed eventuali. C'è ancora poca gente. Poi passiamo un'anticamera ed entriamo nel luogo dove c'è il palco, il bancone del bar e altri divani e tavolini. Paghiamo l'offerta libera e una bambina ci timbra il dorso delle mani. Ci sistemiamo su di un divano, poggiamo i giubbotti e ci attrezziamo con la vodka polacca di Maggie, i bicchieri di Greg e il succo di frutta alla mela, creando un cocktail pesante, ma abbastanza buono. Io accendo la prima canna. Beviamo e fumiamo un po', tutti quanti. Greg lo sapevo che apprezzava l'erba, ma Maggie quasi non me l'aspettavo. Però sono contento, certe esperienze vanno condivise completamente quando si è insieme.
La band per cui siamo venuti, su mia proposta, è una band francese di rock sperimentale, o math rock, se vi dice qualcosa, e suona come seconda band. Li ho già visti qualche mese fa e hanno spaccato di brutto. Mi sono scaricato due loro album e me li sento con piacere anche se i testi non sono spesso comprensibili, nonostante cantino in inglese. La band prima di loro è composta da una ragazza che canta e un mezzo barbone che mette la base elettronica giochicchiando con la consolle. Lei canta in francese e una canzone, ovviamente, dice "fuck the police" o qualcosa di simile. Credo sia quasi obbligatorio che almeno una delle band suoni una canzone contro la polizia in un posto del genere.
Continuiamo a fumare finché non è il momento del gruppo francese. Poi ci sistemiamo sulla destra dello stanzone con il palco, dato che il centro era già occupato da un po' di gente. Così stiamo in disparte, vediamo tutto, ma possiamo bere e fumare con calma. Io ho lo zaino sulle spalle perché fidarsi è molto interessante, ma in un posto del genere non si sa mai. Anche se non c'è quell'atmosfera da fattoni tossici che ti rubano tutto, ma piuttosto del "vogliamoci tutti bene". Si percepisce.
Il gruppo parte con un'energia incredibile e noi cominciamo a muovere la testa a tempo, a ballare sul posto muovendoci a cazzo, sempre di più, sempre di più. Caccio la seconda canna e fumiamo lì, mentre continuiamo a bere. Passo la canna a Maggie che chiude gli occhi, fuma e continua a ballare. E' bella da vedere. E' stupido, ma stiamo vestiti da lavoro tutto il giorno e poi quindi non ci aspettiamo di vederci mezzi sballati. Eppure nessuno di noi è neanche vicino ai trenta.
Balliamo, balliamo, mi godo il momento. Sono abbastanza di fuori tra alcol ed erba e sono felice che ai miei amici piaccia la band. Sono fortissimi. Durante l'ultima canzone, il cantante scende dal palco e suona la tastiera in mezzo alla gente. E' un ragazzo come noi. Bravissimo. Sa bene come mantenere l'attenzione del pubblico. Lo copriamo giustamente di applausi e poi torniamo sul nostro divano a finire l'alcol. Parliamo di come stiamo vivendo l'esperienza lavorativa e di cosa faremo nel futuro. Maggie andrà a fare un master in Olanda. Mi dice quasi con gli occhi lucidi che non vuole invecchiare e mi chiede di andarla a trovare in Olanda. Dopotutto è vicino. E c'è la droga. Sicuramente andrò, le dico. Non seguiamo la band successiva, ma approfittiamo del fatto che siamo completamente fatti e soddisfatti per uscire e prendere l'ultima metro per poter tornare a casa.
Torno a casa e tutti i coinquilini dormono perché il giorno dopo lavorano. Io ho preso il giorno libero venerdì e non ho di questi problemi. Ma sono abbastanza stanco. Perciò, fumo una canna finale mentre ascolto musica a caso e mi butto sul letto.





Venerdì.

Mi alzo a mezzogiorno e faccio colazione. La colazione attuale consiste in due uova, due fette biscottate con burro d'arachidi, una banana, un bicchiere di succo di frutta. Di solito d'arancia, ma ora è avanzato quello alla mela dalla sera prima. E' il mio giorno libero perciò rimango un po' in pigiama e mi fumo una canna sui materassi che abbiamo messo nell'angolo televisione stile harem dei poveri. Molto funzionale e molto comodo. Mi riprendo mentre sale Antonella, appena svegliata anche lei dato che ha lavorato la notte. Cerca di riprendersi, ma sta chiaramente dormendo. Io faccio un'altra canna. Penso di essere rimasto sul divano fino alle cinque. Poi mi sono alzato e ho pranzato. Devo farmi una doccia. Sto sfatto. Sotto la doccia mi riprendo un po', ma sono ancora frastornato e focalizzo la mia attenzione sul non cadere fuori dalla vasca e sul godermi l'acqua calda. Successo. Torno in camera e faccio un'altra canna mentre torna Giuseppe dal lavoro. Si aggiunge subito, ancora vestito bene, a fumare in camera mia. Decidiamo di cenare fuori, sushi. Non abbiamo finito la canna e ce la portiamo in macchina, senza neanche aprire il finestrino. Giriamo un po' per trovare parcheggio e poi ci infiliamo nel locale. Venti minuti di fila, e va bene, è uno dei migliori per qualità/prezzo, e finalmente ingolliamo maki come se piovessero, inzuppandoli indifferentemente in due salse di soia, una dolce, una salata. Usciamo dal sushi soddisfatti ed il prossimo passo è un pub. Parcheggiamo vicino ad un laghetto, vicino ad una piazza principale che pullula di gente che balla e beve, ma principalmente fa la fila per prendere un cazzo di drink da un barista ventenne che deve ricordare le ordinazioni di quindici persone. Guardiamo il laghetto mentre fumiamo un'altra canna prima di entrare nel pub. Nel pub non c'è posto, quindi prendiamo le birre e ci rintaniamo nella sala fumatori. E' piccola e devi scendere delle scale per arrivarci. Ci saranno dieci persone. Due gruppi di amici e un paio di coppie. Un nero si prepara un cannone impassibile sotto gli occhi della telecamera che guarda tutta la stanza. Noi abbiamo finito tutto quindi ci concentriamo sulle birre. Quel che ci è possibile. Almeno parlando per me. Non sono assolutamente lucido e mi perdo a guardare una tipa figa con dei jeans attillati e una camicia gialla a fiori. Ogni tanto sorseggio la birra. Ritorno nel mondo reale quando Antonella dice di essersi portata del fumo, "in caso di emergenza", e Giuseppe propone di farne una direttamente lì. Nonostante l'odore possa sentirsi chiaramente in una stanza così piccola, nonostante la telecamera e nonostante i camerieri che entrano ogni tanto a ritirare bicchieri vuoti. Dopo una breve votazione, decidiamo che la canna va fatta. Giuseppe si nasconde dietro di me e scioglie il fumo. Poi la fumiamo a turno cercando di non dare nell'occhio. Non so con quale successo, ma nessuno ci ha rotto i coglioni, men che meno i camerieri. La tolleranza in questo paese è altissima o siamo noi che osiamo tanto e restiamo impuniti? Belle domande.
Torniamo a casa. Camera mia. Ultima canna.

Mando un messaggio a Judy. E crollo.






Sabato.

Mi sveglio e da brutta persona resto nel letto per un'ora e passa mentre messaggio con Judy e ci aggiorniamo vagamente e brevemente sui nostri trascorsi. Non ci sentiamo da un po'. Intanto wake 'n bake. Non fatelo, bambini a casa! Metto su Bob Dylan, il concerto, quello vero, non quello dove gli gridano "Judas!", alla Royal Albert Hall del 1966. Fumo. Pranzo. Fumo. E mi vengono idee strane. Non sono ormai lucido da un giorno e mezzo e fantastico su incubi ad occhi aperti di me e Judy che ci riuniamo, di me che tento il suicidio invitandola a convivere con me. Ma Judy in una città come questa mi prende e mi rivolta come un calzino lasciandomi con i nervi scoperti come i Simpson nel finale di una delle puntate di Halloween. Non dirmi che non te la ricordi.

Nella vita reale, il mio videogioco preferito, cammino e vado ad una festa, conosco gente, fumo sul terrazzo del locale importunando ragazze a caso. Prendo numeri che non daranno una risposta, ballo un po', scappo dal locale perché mi sono rotto il cazzo di socializzare. Ma non mi sembra di fare nessuna di queste cose. Ho il cervello altrove e sto sognando ad occhi aperti, ad ogni passo che faccio. Parlo con persone, ma non sono lì. Sto parlando con me stesso, rielaborando i messaggi di Judy e cercando di capire se c'è uno spiraglio in cui io possa infilarmi per dire "sai, Judy, vediamoci, parliamo, guardiamo un film mentre fumiamo, come ai vecchi tempi". E vado un po' troppo oltre perché non conosco la sua situazione attuale, a parte quello che vuole lasciare trasparire. Potrebbe avere un ragazzo come no. Non mi importa. Gli spacco la faccia perché mi assomiglia troppo. Sono nel letto alle cinque di mattina e cado in un sonno profondo mentre la candela che ho acceso nella stanza rimane l'unica luce, l'unica via da seguire.

Nel sogno sono in una specie di festa in una villa con all'interno una piscina verso cui io e Judy ci stiamo dirigendo. Un maggiordomo ci ferma prima di farci entrare e lascia passare solo lei spiegandomi che "devi smetterla di fare il grande Gatsby, Urno". Judy entra senza preoccuparsi di me e immediatamente abbraccia un tipo che sembro io qualche anno fa. Magari sono proprio io. O è solo uno che mi somiglia in modo incredibile. Non mi lamento con il maggiordomo. Lui mi dice pacatamente "questo è l'inferno". Io mi giro e vado in un salone in cui, in una comoda gabbia, c'è uno specchio nero. Il riflesso mi parla.

"E' finita. Hai sbagliato. Cosa vuoi recuperare? Ti senti in colpa, piccino? Gli errori passati sono errori passati, non si può fare nulla."
"Voglio ossigeno. Voglio trattare Judy come dovrebbe essere trattata da quei coglioni che non hanno le capacità per tenerle testa."
"Neanche tu le hai. Lo sai che ti ucciderà."

Ma io lo voglio.

Lo specchio nero è ora in una radura. Sono io dentro la gabbia e dalla destra arrivo io, di nuovo, con gli occhi iniettati di sangue, una lancia in mano, a petto nudo, e questo altro me si dirige verso di me con la netta voglia di uccidermi. L'adrenalina mi sale in corpo e con le unghie scavo nelle sbarre della gabbia, senza successo. L'altro me infila la lancia nel terreno, poco fuori dalla gabbia, si ferma e mi guarda negli occhi, quasi premendo la faccia contro le sbarre. Mi piace molto di più questa parte di me, ora che la guardo. Lui chiude gli occhi, fa un respiro profondo, torna a guardarmi e mi dice:

"Devi smetterla di pensare che tutto riguardi te. Non sei il centro del mondo. Sei di passaggio nelle vite degli altri e come loro hanno influenza, tu non ne hai su di loro. Non hai quel peso che pensi di avere. Sei nulla. Sei passato. Sei finito."
"..."

Sono un re. Mi hanno rubato le regine.

"C'è qualcuno più importante di te. Come hai fatto a non capirlo? Sei FUORI, ragazzo. Ora, tutti i tuoi sogni di salvezza a chi si rivolgeranno?"
"A me stesso."

Non dal perdono vostro, ma dal mio sarò perdonato.

L'altro io mi sorride e mi passa la lancia gentilmente. So cosa devo fare. La lancia scalfisce le sbarre e comincio a distruggerle per liberarmi.

Mi sveglio, la candela è ancora accesa. Dormiveglia. Mi riaddormento.

Sogno Judy che cerca di capire come finire un puzzle mentre mi racconta dettagli su droghe e amore e di come lei faccia male a chiunque. Io e Judy ci siamo sicuramente fottuti, in gran parte, i recettori della dopamina grazie al nostro continuo ed imperterrito abuso di droghe di vario tipo. Mi chiedo se riuscirò ad essere felice anche senza droga in futuro. Mi chiedo se lei se lo chieda. Mi riempie di dettagli per cercare di fare stare male me, ma io la ringrazio e le chiedo di dirmi di più. Piccole cose che mi scalfiscono per un secondo e poi passano oltre. Allora mi siedo al tavolo dove è lei e le racconto un aneddoto io.

"Sai, Judy. Ho fatte delle cose terribili. Una delle più simpatiche riguarda te. Avevo fumato, forse anche bevuto. Ero con una ragazza che mi piaceva a giorni alterni. Le volevo bene, ma non c'era niente di più e sapevo che non ci sarebbe potuto essere. Quella sera, però, cominciammo a scopare e con il passare dei minuti, sarà stata la droga, sarà stato l'alcol, la faccia di lei è cambiata. Si è trasformata completamente. E' diventata la tua."

Judy finge di non prestare attenzione, ma i suoi micromovimenti mi fanno capire che sta seguendo molto bene.

"E allora ho fatto l'amore con quella ragazza vedendo la tua faccia, credendo di farlo con te. E lei anche credeva lo facessi con lei, ma non era così. Terribile se l'avesse scoperto, non credi? Ma non ci vedo nulla di sbagliato. E' stata un'esperienza bella."

"Vai via.", mi dice lei.

"Sono qui perché mi serve della droga. Lo sai che non ho contatti qui. Prendimi un grammo e poi vediamoci. Una notte."

Il puzzle diventa 3d e prende la forma di un rombo arancione. Lo butto giù con la mano e torna in mille pezzi. Judy si alza, mi dà le spalle e parla.

"Ogni volta che amo qualcuno, creo casini nella sua vita."

Storie sentite mille volte.

"Non vado bene."

Si gira e mi mostra le sue cicatrici. A me viene solo voglia di baciarle e dirle che è amata. Lei va via camminando piano. Io le urlo dietro:

"Io ti amo, eppure non mi sembra che questo crei problemi nella tua vita. Al massimo li crea nella mia."




Domenica.

Mi sveglio di nuovo con una sensazione di dolore al petto.

Le parole dell'altro me venuto dallo specchio tornano a marchiarsi a fuoco dietro la mia fronte:

C'è qualcuno più importante di te. Come hai fatto a non capirlo? Sei FUORI, ragazzo. Ora, tutti i tuoi sogni di salvezza a chi si rivolgeranno?

Mi metto seduto su un lato del letto.

A me stesso.

Guardo i post-it sul muro. Uno dice:

TROVA IL MODO.

FAI FUNZIONARE LE COSE.

Un sorriso mi squarcia il volto. Con la lingua massaggio la punta del canino destro. Mi alzo.


14/02/17

Vera.

Vera.

Ti scrivo in questo modo perché non credo di averlo mai fatto.

Ci siamo conosciuti ad inizio luglio nel mio pub preferito. Era una serata in cui non volevo uscire, ma poi mi sono detto "vediamo come va". Mi sono visto con un'amica e questa ha portato altri amici e amiche. Ci siamo seduti e abbiamo parlato un po'. Ho capito abbastanza subito che non era un gran periodo per te. Per me era un mezzo incubo. Stavo cercando di rimettermi in piedi camminando a tentoni. Ho quasi rimosso quel periodo. Non ricordo molti avvenimenti. Solo tante canne. Avevo molto tempo libero e casa spesso libera. Quell'estate non ho fatto nessuna vacanza, se escludiamo tre giorni al mare, con amici. Comunque, la serata finì. E io decisi di ricontattarti qualche giorno dopo. Ricordo il giorno. Era il 18 sera quando ti ho contattata.

Siamo usciti la prima volta in una piazza che per tanto tempo non mi è andata troppo a genio perché d'estate era pienissima di gente e io volevo evitare. Eppure per qualche giro di amici ci finivo lo stesso e mi trovavo in questo conflitto: begli amici, ma posto di merda. Ci siamo seduti su una panchina e abbiamo cominciato a parlare, così tanto che si è fatta l'una in pochi secondi. E durante la conversazioni mi hai anche rullato una o due canne, ma le ho fumate solo io. Poi ho deciso di andare in un bar, ma arrivati lì erano quasi le due e il posto era chiuso. Siamo rimasti sulla panchina di fronte alla saracinesca per un altro po'. Era carino parlare con te.

Ci siamo visti per altre tre volte. Ricordo che siamo andati al parchetto, su quelle panchine verdi, ad uno dei bar fighetti, ma lontani da casa mia. Tu sei andata in vacanza da qualche parte. Quando sei tornata ci siamo visti e siamo andati a casa mia.

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Questa canzone mi dava speranza. L'idea di un futuro migliore. Di qualche sorriso, dell'estate.

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Lì abbiamo ascoltato musica mentre guardavamo le stelle, proprio come avevo previsto tempo addietro nei miei sogni chiari ad occhi aperti che spesso si avverano. Ti ho portata dentro e ci siamo sdraiati sul letto. Quando mi sono chinato a baciarti hai detto qualcosa come "dobbiamo proprio?". Da brava persona, non ho pensato a nulla e ho continuato. E infatti abbiamo passato la notte a vivere. Quella sera la ricollego chiaramente a questa canzone:




(Sulla faccia più forte!)
L'ho infranto altre mille volte
(Sulla faccia più forte!)
io morivo e ,invece, davo morte
(Sulla schiena più forte!)
lei moriva ed io restavo inerte
(Sulla schiena più forte!)
La mia mente era da un'altra parte




Il giorno dopo mi sono risvegliato dormendo a pancia in giù. Tu tenevi le ginocchia su ed eri seduta appoggiata allo schienale del letto mentre leggevi un libro. Era una bella scena.

I primi tempi li abbiamo persi mentre cercavo di farti capire quanto si sarebbe potuti stare meglio stando un po' vicini. Poi l'hai compreso e ci siamo goduti il resto dei giorni. Ricordo un ultimo pomeriggio sulle panchine gialle, in quel parco vicino al bar dove andavamo ogni tanto. Avevo la maglietta verde leggerissima e sopra la camicia rossa e blu aperta. Mi hai detto che ero bello.
Ci siamo scambiati decine di canzoni e conversazioni in una specie di mondo parallelo che non avrebbe dovuto esistere, ma l'abbiamo creato lo stesso perché un po' ci piaceva quell'idea pazza.

Mi piaceva leggere quello che scrivevi e trovarmi tra le righe. Io ho scritto pochissimo di te, scrivo sempre a scoppio ritardato. Ora, a freddo, mi riesce più facile analizzare la relazione. Ricordo benissimo il momento in cui pensai "mi piace stare con lei". E' stato bello condividere dei momenti insieme. Grazie per aver rispettato il mio silenzio quando ero sdraiato sulla poltrona e tu sul divano e magari volevi stare più vicina. Era il giorno dopo. Quel giorno dopo.

Ricordo perfettamente i tuoi occhi, vecchi quanto il mondo, quella volta in cui abbiamo fatto l'amore più delle altre volte. Ed è un ricordo che non andrà via mai.

Successivamente, io ho deciso di essere coerente con i miei principi ed è finita così. Sono tornato a casa, ci siamo scambiati le canzoni d'addio, da veri professionisti, e abbiamo messo da parte i messaggi.

Ho pianto per un quarto d'ora e non me l'aspettavo. E questo mi ha fatto stare un po' bene e mi ha fatto anche riflettere. Mi hai aiutato a rialzarmi, in qualche modo. Perciò, anche se l'ho già fatto, ti ringrazio di nuovo.

Ed è stato uno sfizio andare contro alla canzone e ricercarsi d'inverno.




07/02/17

404: pain not found.

Aspettavi me, babe?

Sono stato un attimo impegnato e tu eri implicata.

Ho salutato tutti gli amici perché non so quando li rivedrò.

Ho fatto le solite follie apparentemente immotivate.

Ho esplorato un altro universo.

Ho mandato una ragazza a fanculo scrivendole, mentre lei era a due centimetri da me, GET THE FUCK OUT (OF MY CAR).

Mi sono ossessionato con un'altra per cui spenderò soldi che non dovrei avere.

Ho mietuto tutti i "come volevasi dimostrare" e i "quod erat dimostrandum" in anticipo.

Ho spotify e sono perso tra troppe cose che posso ascoltare, non bisogna darmi troppa musica a disposizione, vado in overdose.

Non suono la chitarra da un pezzo.

Ho capito la questione biologica alla base del fatto che io voglia ammazzare quasi tutti.

Torniamo a noi.

404: pain not found.

Nulla di nulla. Eppure ti avevo detto di bruciarmi e portarmi a casa. Davvero volevo ci riuscissi.





Possiamo supporre che migliori post arriveranno in futuro. Ora non ho molto tempo libero.

Studio mille cose e sacrifico con piacere la maggior parte dei miei hobby. Tutto per me.

Forse.

Il fatto è che immaginarmi tra le fiamme dell'inferno non mi crea molti problemi. O, se vuoi una cosa più materiale e possibile, immaginarmi solo contro il mondo a prendere gioie e mazzate, in maniera alternata, e prenderle tutte io, non mi crea molti problemi.

E' immaginare te che non mi va giù.

Perciò, io ti salverò.

E se non sarò io a farlo personalmente, sarà qualcuno che ha ricevuto la mia autorizzazione.

Vero, sembra una minaccia. Sarà che non siamo abituati.

Sempre sulla  cresta dell'onda.




You'll find me
In a sea of dreams
Where no one cares about my words
I hear her voice
She laughs now
She loves me now and always did